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3. La prima riunione di condominio non si scorda mai.

Woman with strange expression


Nella vita sono sempre stata aperta a tutto. Tutto. Cibi che si muovevano ancora nel piatto. Sport dove ti giochi le ossa. Droghe con nomi che non sapevo pronunciare. Vacanze decise alle tre di notte con lo zaino mezzo vuoto e il portafoglio peggio. Ho detto sì a cose che una donna sana di mente non dovrebbe nemmeno ascoltare.

Ma su due punti non ho mai mollato. Due. Toccare un neonato e partecipare a una riunione di condominio.

Il neonato l’ho sempre schivato come si schiva la patata bollente: sorriso di circostanza, mani che svaniscono, passo indietro. Le riunioni di condominio, peggio. Delegavo al vicino. Mandavo mia madre. Me ne fregavo con una dedizione quasi mistica. Per anni ha funzionato. Per anni sono stata libera.

Poi si ruppe quella maledetta mattonella che reggeva la cassetta della posta. E la cifra sull’avviso trimestrale si triplicò come per magia. Mille euro. Secchi. Senza centesimi. Senza pietà. Mille euro stampati in nero su quella carta da quattro soldi che l’amministratore infilava nelle buste mentre tutti dormono. Nessuno l’ha mai visto farlo.

Cristo santo, ma siamo impazziti???

In tutti questi anni non avevamo mai fatto niente nel palazzo. Niente lavori, niente interventi, niente di niente. Solo il tempo che passava e i materiali che si consumavano in silenzio, come tutti noi. Ed eccola lì, la resa dei conti. La cifra a tre zeri mi lampeggiava davanti agli occhi come una cavalletta fritta su un mercato asiatico: la guardi, non ci credi, e sai che prima o poi te la dovrai mangiare. E pensi: che roba è? È contro natura!

Metà del mio stipendio. Metà della mia vita di un mese, ingoiata da una mattonella rotta e da una cassetta della posta che non riceveva altro che scocciature e pubblicità di supermercati e delivery.

Mi mossi. Chiamai l’amministratore. Poi il vicino. Tutti con la stessa risposta, tutti a recitare lo stesso copione: il lavoro va fatto, e ha un costo. E le mattonelle vanno staccate una ad una. Mattonelle anni Cinquanta, rarissime, introvabili, me lo dicevano con quel tono da opera d’arte, come se stessimo parlando della Cappella Sistina e non del muro dove appoggiavo le buste della spesa.

Poi pulirle, rigenerarle, raddrizzare il muro che con l’umidità si era gonfiato come un fegato malato, e rimettere tutto come stava: le mattonelle, la cassetta nuova. Andava fatto subito, altrimenti il muro sarebbe venuto giù. Sempre così: paga o crolla tutto. Il ricatto più antico del mondo.

Mi rimboccai le maniche. Feci i miei ragionamenti, precisi, spietati, con la calcolatrice e lo stomaco chiuso. E bonificai. Mille euro che uscirono dal conto senza nemmeno un rumore, andati.

Sapevo cosa mi aspettava: un ottobre a corda tirata su tutti i fronti. Svago, aperitivi, shopping, tutto al palo. Ammesse solo le bollette e i beni di prima sopravvivenza. La spesa. La benzina. Il minimo per restare in piedi ed essere presentabile.

Ottobre. Novembre. Dicembre. Gennaio. Febbraio.

Dei muratori e dei lavori, neanche l’ombra. Il muro se ne stava lì, rotto, e i miei mille euro chissà dove. Quando ci incrociavamo per le scale o nell’ascensore, noi condomini ci guardavamo con quella faccia da cani bastonati e ci chiedevamo il perché di quel ritardo. E tutti, speranzosi come i poveri cristi che giocano gli stessi numeri da vent’anni, supponevamo che avrebbero cominciato il giorno dopo.

Quel giorno dopo arrivò la prima settimana di marzo.

Una mattina si palesarono padre e figlio. Gente buona, ingenua, con le facce di chi sa cos’è il lavoro vero: mani rovinate, polpastrelli ruvidi, e quella dialettica da quinta elementare che vale più di cento lauree. Si misero all’opera. Staccarono le mattonelle, tre metri per due era la misura del maledetto muro, roba che, a sentirli parlare, avrebbero finito in una settimana, e se le portarono via tutte.

Mi rasserenai. Pochi giorni e il muro sarebbe tornato a posto.

Marzo. Aprile. Maggio.

Il muro rimase lì. Vuoto. Crepato. Spoglio come un rudere. Dei muratori, nessuna traccia.

Inutile dirvi la puzza che veniva dall’intonaco staccato: un odore nauseante, marcio, che si muoveva per tutto l’androne come un inquilino abusivo. L’autunno e l’inverno erano passati con una sola apparizione. L’estate era alle porte. E noi condomini, zitti, a respirare quell’aria fetida. Zitti e paganti. Come sempre.

I primi di giugno riapparvero, spavaldi come se niente fosse. Il sole già spaccava le pietre. Me lo ricordo bene perché li beccai mentre parcheggiavano. Io coi tacchi traballanti, alle nove del mattino le caviglie non perdonano, la borsa a tracolla, il rossetto messo a metà nell’ascensore, come ogni mattina della mia vita.

Il padre mi vide e attaccò subito, senza nemmeno un buongiorno: “Quell’amministratore non è buono! Sono mesi che stiamo in campagna a pulire una per una queste cazzo di mattonelle, e tante si sono rotte, altre si sono beccate, non sono affari nostri di come verrà il muro, eh… noi je l’abbiamo detto e ridetto che questo non era un lavoro da fare così…”

Rimasi lì, ondeggiando sui tacchi, ad ascoltare. Mi sorprese. Due muratori che sputano sul proprio lavoro non li avevo mai visti. Gli uomini di solito difendono quello che fanno anche quando fanno schifo, lo so bene, ne ho collezionati abbastanza. Questi due no. Questi due erano onesti fino a farsi male da soli.

Così chiesi delucidazioni. E i fatti, quelli veri, uscirono fuori come esce fuori tutto, prima o poi: “Signorì, per un muro del genere noi ce la saremmo cavata con meno della metà. Ma con quella genialata di togliere e rimettere, di pulire le mattonelle una per una… ci abbiamo rimesso tutti. Tutti tranne uno!”

Non gli diedi troppo peso. Scossi la testa, e andai a lavorare, che almeno lì i conti tornavano.

La sera trovai le mattonelle rimesse al loro posto. Ma non tutte. Più della metà mancava. Mezzo muro buono e mezzo muro nudo, come se fosse stato strappato su un fianco. Presi l’ascensore scettica, con quella sensazione precisa che ogni donna conosce: quando sai che ti stanno fregando ma non hai ancora la prova in mano.

La prova arrivò qualche giorno dopo.

Premessa: le mattonelle erano rosa. Un rosa antico, caldo, di quelli che non si fanno più. Passando davanti al muro vidi tre pacchi di mattonelle grigie accatastate accanto a una cassetta della posta imballata. Ordinata su Amazon. Grigio metallico. Brutta. Ma così brutta che dava fastidio agli occhi guardarla. Nemmeno nei peggiori archivi nascosti della peggiore azienda del peggiore dei mondi si sarebbe potuta trovare una roba del genere.

E quella cosa lì avrebbe dovuto sostituire la nostra vecchia cassetta in ottone? Elegante, dorata, rifinita nei dettagli, datata sì, ma con la classe delle cose fatte per durare. Sessant’anni che stava lì. La toglievano solo perché s’erano perse quasi tutte le chiavi e perché, per raddrizzare il muro, si era rotta, e infatti era già lì pericolante, rovinata su un lato a causa dei lavori.

Grigio topo accanto al rosa antico. Una cassetta da magazzino accanto al marmo verde di Carrara che urlava gusto e bellezza da ogni gradino. Un cazzotto all’occhio! E io certe cose le vedo subito, le sento sulla pelle: è come abbinare le scarpe da ginnastica sfondate a un abito da sera. Non si può!

L’amministratore aveva pensato bene di cavarsela così. Rattoppando. Senza chiedere il permesso a nessuno. Due macchie grigie buttate sul pregio come due sputazzi.

Mi venne istintivo chiamarlo. Volevo informazioni. Delucidazioni. Volevo capire.

Mi liquidò con due o tre battute offensive, di quelle che gli uomini come lui tengono pronte in tasca per le donne che fanno troppe domande. Mi ricordò che io non c’ero mai, a nessuna riunione, e che quindi dovevo solo accettare le scelte del palazzo. Ah, sì? Quali scelte? Fare un patchwork di colori? Trasformare un androne di pregio in un’accozzaglia? In un guazzabuglio?

Riattaccai con le mani che mi tremavano. Non di paura. Di rabbia. Quella rabbia fredda, lucida, che alle donne insegnano a ingoiare fin da bambine, e che invece decisi di governare.

Contattai gli altri sette proprietari, uno ad uno. E di comune accordo fissammo una riunione straordinaria. La mia prima riunione di condominio. A casa mia, addirittura! Io, che le avevo schivate per una vita intera come si schivano le catene di Sant’Antonio, adesso apparecchiavo le sedie in salotto e mettevo su il caffè per quelle persone che non avevo mai invitato. La mia è una mentalità newyorkese: vicini di casa, sconosciuti completi.

Ore 19:00 spaccate. Arrivarono tutti. Anche lui.

La prima domanda gliela servii dritta in faccia, suggerita dalle parole dei muratori: come cazzo era possibile che per un muro di quelle piccole dimensioni fossimo arrivati a una cifra del genere? E la seconda subito dietro, senza dargli respiro: se le mattonelle sono rosa e la cassetta era d’ottone, perché il grigio topo?

La sua risposta fu vaga. Confusa. Girava intorno alle parole come un ubriaco intorno al lampione. Ci teneva a farci sapere, ripetendolo più e più volte, che lui aveva fatto di tutto per accontentarci, che il suo operato era stato impeccabile. Impeccabile. La parola preferita di chi ha le mani sporche.

E io insistevo. Volevo avere risposte, vedere preventivi, leggere cifre. La tensione nel salotto si tagliava col coltello. Le risposte non arrivavano.

Poi successe.

L’amministratore scoppiò a piangere.

Piangeva davanti a tutti i condomini seduti sulle mie sedie, col mio caffè che si freddava nelle tazzine. Piangeva e ci mostrava la sua situazione economica, gli estratti conto… il disastro! E poi ci confessò tutto: si era invaghito di una ragazza conosciuta online. E le aveva mandato gran parte degli ottomila euro che gli avevamo dato. Non tutti, ma quasi.

Perché la madre di lei, disse sgolandosi, una madre mai vista, mai incontrata, mai esistita probabilmente, doveva subire una gravissima operazione al cuore.

Gelo. Silenzio. Le sue lacrime che continuavano a scendere sul mio tavolo.

Ottomila euro gli avevamo bonificato a quel pazzo che non smetteva di frignare. E i miei mille, dentro quegli ottomila, chissà che fine avevano fatto. I miei aperitivi saltati, il mio ottobre a pane e bollette, le mie rinunce contate una ad una, tutto finito nella truffa d’amore ordita da una sconosciuta su internet ai danni di questo cretino. L’operazione al cuore. Al cuore? L’unico organo che quell’uomo aveva usato in tutta questa storia! Non c’erano dubbi, ci era cascato con tutte le scarpe!

Ci guardammo negli occhi, tutti e otto. Un secondo. Due. E cominciammo a ridere.

Ridemmo forte, ridemmo tutti. Anche la vecchietta del quarto piano, che aveva il doppio dei suoi anni, e di certo non era rincoglionita come lui. Ridemmo fino alle lacrime, che almeno quelle erano gratis.

E poi, uno ad uno, gli stringemmo tutti la mano.

Perché davanti a certi squallori non c’è avvocato, non c’è rabbia, non c’è incazzatura che tenga. C’è solo da ridere, abbandonare il condannato, e tenersi stretto il ricordo indelebile. Come un promemoria. Mi è servito di lezione. La prossima volta che si romperà una mattonella, che si fulminerà una lampadina, che si bloccherà l’ascensore, alla riunione ci vado. Prendo anche nota. E ci resto fino alla fine.

È passato un anno. Il muro sta ancora lì, mezzo rosa e mezzo nudo, con la vecchia cassetta postale penzolante. Ci passo davanti ogni mattina, e ogni mattina mi ricorda la stessa cosa: di regole nella vita me n’è rimasta una sola. Ma su quella non transigo. Il neonato non lo tocco!


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