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Esquilino. Gli incontri che nessun uomo sposato racconta.


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Ho quarantacinque anni, due figli, e una moglie che ogni giorno che passa ha le tette sempre più piccole e il culo sempre più piatto. Sono appena uscito da un corso di formazione. Mi hanno obbligato ad andarci. Non avevo scelta. Due palle così mi sono fatto, una noia mortale.

Corsi obbligatori per legge, certificazioni da appendere al muro, slide su slide che nessuno guarda davvero. E dopo una settimana non ricordi più niente. Zero. Come se non ci fossi mai stato. Servono solo a mettere una firma su un foglio, a dire che sì, è stato fatto, ci siamo stati. Il resto è aria.

Tre ore chiuso in una stanza con l'aria condizionata al massimo e una voce monotona che spiega cose che non userai mai. Fuori almeno c'è il sole, la gente che passa, il rumore della città. Qualcosa di vero. Ho bisogno di svagarmi. Sento la forte necessità di prendere il mio corpo, il mio cervello, la mia anima e trascinarli in blocco verso qualcosa che mi rechi uno stato di piacere, almeno momentaneo, almeno apparente. Ne ho veramente bisogno!

Apro il telefono. Cerco tra gli annunci. Termini, Castro Pretorio, Esquilino. Ce ne sono a decine, tutti uguali. Foto palesemente finte, prestazioni fisiche fuori dal comune, nomi con la y finale.

Chiamo il primo. Una voce matura, accento straniero, poche parole. Mi faccio mandare l'indirizzo scritto, comprenderlo telefonicamente mi risulta impossibile. Le ho chiesto di ripetermelo per ben cinque volte, strano che non ha sospettato che la stessi prendendo in giro. È chiaro che la pazienza di quella donna non è stata contaminata dal gene italiano. In Italia nessuno ha più pazienza. Me compreso!

Traversa di via Giolitti, secondo piano, interno quattro.

Suono. Mi apre, è sulla cinquantina, vestaglia rosa, l'espressione di chi stava guardando la televisione. Mi scruta dall'alto in basso. Mi fissa per dieci secondi le scarpe, li sto contando. Mi sento in imbarazzo. Chissà che cosa sta cercando di scoprire? Mi chiedo se ha notato la mia scelta azzardata di indossare scarpe sportive sotto il vestito. Sì… forse un po' troppo casual in effetti… ma sono comode… ma poi saranno pure cazzi miei, no? E io, come uno scemo, quasi a scusarmi.

 "Sei tu la ragazza?" Mi fa segno di percorrere il corridoio e poi girare alla prima a destra. Eseguo, spaesato. L'ho scampata bene. Conoscendomi, se si fosse proposta, le avrei riso in faccia. Non sarei riuscito a trattenermi neanche se ci avessi provato. Devo ammettere che il suo outfit mi aveva giocato un brutto scherzo. Vent'anni fa sarà stata sicuramente una ragazza affascinante, ma oggi può soltanto limitarsi ad indicare la strada a noi porci senza speranze.

Oltrepasso l'ingresso della stanza. Decisamente più giovane! Venticinque anni, forse trenta, seduta sul bordo del letto con la schiena dritta e le mani sulle ginocchia, come se stesse aspettando un autobus. Ma che carine che sono le cinesine quando sono a lavoro! Tutte agghindate, con il trucco curato nei dettagli, il pensiero di poterla acquistare mi manda il cervello in pappa. Capelli neri tagliati corti, vestito aderente color ciclamino, un po' stropicciato, le sta un amore.

Mi parla senza sorridere. "Chiudi polta." Chiudo. L'uso della elle al posto della erre è meraviglioso. Vorrei dirle quanto mi fa impazzire, ma evito. Lei muove due dita, poi cinque. "Venti minuti, cinquanta." Lo dice nello stesso identico modo in cui si legge un'indicazione stradale, senza enfasi, senza invito. È un'informazione, nient'altro.

Sento ancora addosso gli occhi della donna in vestaglia, i suoi invece sono persi nel vuoto. Mi mette un leggero alone di tristezza il fatto che i suoi graziosi occhi a mandorla non si posano sui miei. Ci passo sopra. Mi guardo intorno. La stanza è grande: un letto matrimoniale, un comodino con una confezione maxi di fazzoletti di carta umida, un cestino di plastica risucchiato dalla busta nera, e un'intera parete avvolta da luci a intermittenza, presumibilmente natalizie, appese in malo modo. Siamo a marzo, non vorrei fare il filosofo, ma quelle lucette sono il riflesso delle loro vite. Esistenze asettiche, scelte di vita scarne. Spogliate di tutto. Prive di pudore. Mi chiedo dove finisce il suo di pudore. Me lo domando tutte le volte che me ne ritrovo una davanti.

La finestra ha la serranda abbassata. Fuori si sente passare un tram.

Prendo coraggio. Azzardo la domanda da un milione di dollari. "Posso vederti prima nuda?" Mi guarda come si guarda un bambino che fa domande stupide. "Pagale plima." Mi siedo accanto a lei. Da vicino ha un profumo dolce e chimico, qualcosa comprato in una di quelle profumerie specializzate in marche contraffatte e imitazioni venute male, gestita da bangladini o quei paesi lì. Ne ho incontrata una proprio pochi minuti prima costeggiando la stazione, non ci metterei piede neanche se ci fosse l'offerta PAGHI UNO PRENDI DIECI.

Ha un neo sotto l'occhio sinistro e le mani piccole, curate, lo smalto quasi intatto tranne sull'indice dove si è scheggiato. Ma quanto è delicata, sembra uscita da un fumetto, da uno di quei manga dove c'è il mostro cattivo che tiene la ragazza mezza nuda incatenata.

"Da quanto sei a Roma?" chiedo. Mi guarda scocciata, è chiaro. Ma risponde. "Due anni." "Ti piace?" "No." "Nemmeno a me." In realtà non è vero, ma l'idea di schierarmi contro qualsiasi sua ideologia mi rende un fottuto bugiardo.

Sto lì per estrarre il portafoglio, pronto alla mia solita contrattazione per chiederle almeno il venti per cento di sconto, quando noto una macchia sul lenzuolo. È grande. È inquietante. È umidiccia. Corredata da due peli, indubbiamente pubici, adagiati come due guarnizioni in bella mostra.

Mi alzo di scatto, e quasi balbettando le dico: "No, grazie. C'ho ripensato."

Lei non apre bocca, non si scompone, non dice niente, si limita a indicarmi il percorso da dove sono venuto, ferma e impassibile nella sua posizione.

Cazzo, l'ho scampata per un soffio. Fanno bene le massaggiatrici che usano quei rotoloni di carta che avvolgono tutto il lettino, e che tra un cliente e l'altro, lo ristendono, bello e pulito, pronto per l'uso. La scelta del lenzuolo per una ragazza che lavora è veramente deplorevole. Per fortuna che me ne sono accorto in tempo.

Fuggo via! Ad attendermi con la porta accostata e lo sguardo rivolto verso il basso c'è la donna più grande che pur vedendomi arrivare a passo svelto, stranamente non mi domanda nulla. Mi chiude la porta in faccia prima che possa fare altro. Mentre scendo le scale del palazzo sento qualcosa in cinese attraverso il legno. Non capisco le parole ma il tono è chiaro. Non l'ha presa molto bene!

Ho come un déjà vu, io che chiudo la porta di casa e mia moglie che sbraita da dietro. Un copione che si ripete all'infinito. Una prassi insormontabile. Avessi mai decifrato mezza sillaba. Le donne, le donne, chi le capisce è bravo!

Oltrepassato il portone chiamo il secondo numero. Stavolta un seminterrato, via Cattaneo, una porta verde senza citofono. Busso. Mi apre una ragazza giovane. Sì, giovane, ma non così giovane. Rimango sulla soglia. Minigonna, occhi stanchi. Appena mi vede si fa da parte per farmi entrare. La guardo. Lei assume un'espressione perplessa. "Posso chiederti se puoi cambiare il lenzuolo?" Scuote la testa. Sembra non aver compreso a pieno la mia lecita richiesta.

Ha i piedi nudi, scuri di sporco, è parecchio evidente. I denti quando sorride sono marroni ai bordi, qualcuno mancante, qualcuno spezzato. La bocca sa di qualcosa di acido. Gli occhi però sono belli, neri, con una vitalità che riesci a leggere nell'istante in cui ci guardi dentro. Il corpo è magro, fragile. Le ossa piccole. Sembra che la vita le abbia mangiato tutto tranne gli occhi. Non mi sento affatto eccitato. Anzi, la mia coscienza interiore mi urla SCAPPA!

"No, grazie. C'ho ripensato." Questa reagisce peggio. Dice qualcosa di offensivo ma incomprensibile, mi punta il dito contro, mi offende in maniera ritmica, braccio e bocca si muovono insieme, poi mi spinge verso l'uscita, ha parecchia forza, non si direbbe, sbatte la porta con tutte le energie rimaste, e il rumore rimbalza nel corridoio buio. Lo attraverso e sono di nuovo in strada.

Mi faccio una boccata d'aria a pieni polmoni. Una donna con due bambini sta camminando sul marciapiede di fronte. Ha la stessa pettinatura di mia moglie, sarà un caso. I bambini che tiene per mano saltellano. La scena mi procura un attimo di sgomento. Mi volto nella direzione opposta. Meglio non pensarci.

Chiamo il terzo numero. Terzo annuncio della prima pagina del mio sito preferito. Sono cresciuto utilizzando quotidiani e cabine telefoniche per andare a mignotte, adesso comprendo il significato della parola PROGRESSO. Solo adesso. Adesso che devo sbrigarmi, che ho i minuti contati, mi fermo a riflettere.

È vero che con un click hai tutto quello che ti serve a portata di mano, ma è anche vero che con un click rischi di mandare in rovina un matrimonio, una famiglia e una vita intera. Non mi è affatto utile il progresso. Il progresso aiuta soltanto le brave persone, non i maniaci sessuali come me, come Jeffrey o come Diddy. A gente malata come noi ha reso la vita un inferno! Lo stesso inferno in cui io adesso desidero trascinare quella povera malcapitata che mi risponderà al telefono. Riuscirò a trascinarne una oggi?

Sta squillando. Sento la sua voce. Capisco con difficoltà il nome da inserire su Google Maps. Grande progresso, ah no, a noi maiali schifosi il progresso ci ha rovinato. Non mi entra in testa! Monolocale al primo piano, via Ricotti. Odore di fritto e incenso già dalle scale.

Mi apre una donna piccola, magra, sui trentacinque anni. Capelli lunghi, intimo bianco, una collana di perle finte. Mi fa entrare, avanzo. Ho il radar acceso. Esamino il livello di pulizia della stanza. La stanza è piccola. Piccolissima. Un letto, una sedia, una lucina rossa. Mi guarda aspettando. Esito. Tocco il lenzuolo. Le ispeziono i cuscini. Le ficco gli occhi dentro la bocca. Anche i piedi, sembrano essere abbastanza puliti, sto per rivelarle la mia decisione di voler profanare ogni suo angolo più intimo, di dissacrare tutto ciò che madre natura le ha gentilmente donato. Prendo fiato. Apro la bocca e… "Aspetta!" dice turbata. "Dieci eulo. Solo dieci." Scuoto la testa. Rimango interdetto. "Non andale. Solo dieci eulo!" Mi supplica di rimanere svendendosi al prezzo più basso di sempre. Un prezzo che neanche le prostitute africane ai bordi della strada sono in grado di farti. Quelle disgraziate schiave sessuali, costrette e minacciate, ricattate e spaventate, che ti portano nella boscaglia, tra sterpi e rovi, a consumare su materassi sudici, insetti ed escrementi, spesso proprio della ragazza stessa.

"No, grazie. C'ho ripensato." le dico, intimorito dall'inaspettata offerta. Il fatto di essersi svenduta così mi ha comunicato un senso di smarrimento. Di disagio. Rimane ferma. Immobile. Non sbatte la porta, non urla. Mi guarda fuggire via con gli occhi di chi è stanca, di chi è rassegnata, di chi è abituata a vedere le cose sparire. A quanto pare, per lei, sparire è l'unica cosa che le persone sanno fare.

Sono di nuovo in strada. Apro il telefono. C'è un messaggio di mia moglie. Mi domanda cosa voglio per cena. Non sono in grado di darle una risposta precisa. Al momento non ho la lucidità mentale per pensare al cibo. Le scrivo che qualsiasi cosa mi cucinerà, andrà bene. Lei, subito: Strano, tu che sei tanto complicato, che non ti va mai bene niente. Non le rispondo. Alcune verità è meglio lasciarle lì, senza aggiungere altro.

Cancello la cronologia. Cancello le ultime chiamate. Rimetto il telefono in tasca.

Maledetto progresso!


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