
"Bello questo anello. Molto bello."
La prima cosa che ho pensato è stata: questo vuole qualcosa.
Era un omone. Grande, largo, peloso, peluria che fuoriusciva da ogni anfratto del corpo come erba cattiva tra le crepe del cemento. Le mani grosse, le unghie nere, il collo di uno che ha fatto cose che io non saprei nemmeno nominare. Un burinazzo. Non un burino qualunque, proprio un burinazzo. La differenza è importante. Il burino è rozzo. Il burinazzo è rozzo e ci tiene, e se glielo fai notare, ti guarda soddisfatto.
Per parlare ti toccava, era una necessità fisiologica. Le parole da sole non gli bastavano, dovevano essere accompagnate da una mano sulla spalla, una stretta al braccio, una pressione sul petto. Come se il linguaggio verbale fosse un lusso che non si era mai potuto permettere del tutto.
Mi ha toccato la mano come si tocca un amuleto. Lento. Reverenziale. Come se quell'anello d'oro lo avesse ipnotizzato.
"Sai che questo anello è molto bello?"
Sì, lo so. È un regalo, ci tengo molto. Togliti dalle palle.
"Sai che possiamo farne tre così?"
Possiamo. Possiamo chi? Io e lui? Lui e qualcun altro? Non c'era nessuno. Eppure continuava a dire possiamo, come se esistesse già un accordo tra noi che io non ricordavo di aver firmato. Come se la mia presenza in quel posto, in quel momento, fosse già una forma di consenso.
Ho scosso la testa. Ma già capivo dove voleva andare a parare.
Lo capivo benissimo.
Si è guardato intorno. Quella mossa lenta, circolare, di chi sta per rivelarti un segreto di stato. Ha abbassato la voce.
Aveva un amico gioielliere, naturalmente. Ce l'hanno tutti un amico gioielliere, quel tipo di amico che conosce uno che conosce un altro. Un amico che sa fare cose che gli altri non sanno fare. Un mago, insomma. O più probabilmente un ladro, ma con le mani abili.
Mi ha sussurrato la proposta come se stesse dividendo con me il mistero dell'universo. Il metodo era semplice, diceva. Si fonde l'oro, si mescola con del metallo per ampliare il peso, e da un anello se ne fanno tre. Io avrei riavuto il mio, identico, uguale, solo che dentro non ci sarebbe più stato oro massiccio ma roba simile, materiali analoghi, diciamo così. Gli altri due li avrebbe venduti lui, a prezzo pieno, a ignari clienti. E il ricavato, diviso a metà tra me e lui. Come soci. Come complici.
Una discreta somma di denaro in saccoccia e lo stesso anello al dito. Magia!
Mi è sembrato esattamente il tipo di proposta che il Gatto e la Volpe avrebbero fatto a Pinocchio. Mancava solo il Campo dei Miracoli.
Non vorrei mai avere a che fare con un gioielliere così, figuriamoci mettergli in mano l'unico gioiello ereditato dalla persona che mi ha messo al mondo. L'anello di mamma. Quello che porto al dito da anni e che non ho mai tolto nemmeno una volta.
Gli ho spiegato che non se ne parlava.
Ha insistito. Dio santo, come ha insistito. Come un bambino che pressa un altro bambino per lo scambio di figurine, quella stessa energia ossessiva, quella stessa incapacità di accettare un no. Solo che non stavamo parlando di figurine. Stavamo parlando dell'oro che mia madre mi aveva affidato quasi in lacrime.
Non accadrà mai, gli ho detto. Chiaro? Ci siamo capiti?
Non voleva capire, proprio per niente.
Ho alzato i tacchi e me ne sono andato.
Mi ha rincorso.
Madonna, che modi da villano. Ha urlato, gesticolato, mi ha seguito a passi pesanti come un'ombra. Ha insistito che dovevo fidarmi. Che l'affare era buono. Che l'oro era facile da piazzare, e che di scemi da fregare la città era piena, come se questo fosse un argomento a favore suo, e non un’offesa velata rivolta a me. Che il suo amico gioielliere era un maestro, un professionista, uno che faceva questi magheggi alla perfezione da oltre trent'anni.
Gli ho spiegato per la terza volta che il mio anello non avrebbe mai lasciato il mio dito indice. Che tutta la faccenda mi puzzava di truffa lontano un chilometro. Che poteva andare a proporre i suoi affari a qualcun altro.
È andato su tutte le furie.
Mi ha spinto. Mi ha offeso. Poi ha tirato fuori la carta che non mi aspettavo, ha detto che non potevo tirarmi indietro perché gli dovevo un favore.
Un favore?
Si riferiva a quella volta. Quella volta in cui ero rimasto a secco di benzina in mezzo alla strada e lui era passato per caso sulla sua motoretta mezza scassata e mi aveva accompagnato al benzinaio a riempire la tanica. Cazzo, mancavano pochi metri. Me la sarei fatta a piedi molto volentieri, se avessi saputo che se l'era legato al dito come un contratto notarile. Se l'era legata al dito, e proprio di dita stavamo parlando!
Gente di strada. Tossici. Borgatari. Ogni minimo gesto diventa un credito da riscuotere. Ti fanno un favore e lo conservano in freezer per anni, pronti a tirarlo fuori nel momento peggiore, nel momento in cui possono farti più male.
Un passaggio al benzinaio. In cambio dell'anello di mia madre?
Il cambio del secolo!
Voleva il mio anello. Mi ha assicurato che entro dieci giorni sarebbe tornato con i soldi e l'anello identico. IDENTICO. Come se quella parola bastasse a trasformare una truffa in un accordo commerciale.
Sono rimasto sulla mia scelta. Inamovibile. Per due o trecento euro non avrei tradito i miei ideali e l'oro di famiglia. Non se ne parlava.
Mi ha messo una mano al collo. Avevo paura, ma sono riuscito a divincolarmi. Ho corso. Mi ha bloccato. Ha provato a togliermi l'anello, non usciva, il dito era gonfio, incastrato come se il corpo stesso si rifiutasse di cedere. Mi ha obbligato a bagnarmi il dito. Gli ho detto che non l'avrei fatto. Mai.
Lui che ha fatto?
Se lo è messo in bocca. Il mio dito. In bocca! Lo ha insalivato per bene, lento, con quella calma viscida di chi sa già di averla vinta.
Che schifo. Che momento. Il peggiore della mia vita, e ne ho avuti di momenti brutti.
L'anello è uscito.
"Fidati." ha detto. "È un affare pulito. Tranquillo. Torno tra pochi giorni…"
Si è allontanato. È sparito. È fuggito via con l’anello infilato in tasca e la faccia di chi ha svoltato la giornata.
Sono rimasto fermo sul marciapiede. Sentivo l'odore fetido della sua bocca sulla mia mano. Non riuscivo a toglierlo. Non riuscivo a credere a quello che era appena successo.
Ha vinto lui. Ha vinto il più forte. Vince sempre il più forte.
Mia madre me l'aveva detto, non è più tempo di indossare l'oro. È schizzato alle stelle. La gente è pericolosa. Rischi che ti tagliano una mano.
Mamma, mi hanno ciucciato un dito. Mi è andata fin troppo bene!



