Erano giorni che farneticava più del solito. Prima le risate senza senso. Poi i rimorsi. Poi le rivelazioni sottovoce, con la porta accostata. Le incomprensioni, ancora incomprese. La fase filosofica in cui ti cadeva la mascella. E quella shock, in cui ti cadevano le cose dalle mani.
Cento anni. Cento cazzo di anni su questa cazzo di terra.
Dieci sorelle. Un marito. Otto figli. Tre case. Ventidue nipoti che avevano fatto altri figli che la chiamavano nonna quando avrebbero dovuto dirle bisnonna. Aveva perso il conto. Aveva perso il senno. Aveva perso la voglia di stare su questo mondo complicato, complicato per gli altri, non per lei.
Lei che aveva caricato tutto su una macchina, dieci persone dentro come sardine, e aveva guidato dalle montagne sperdute dell'Abruzzo fino alla periferia di Roma senza chiedere il permesso a nessuno. Dalla provincia di Teramo a via Tiburtina. Piuttosto che vedervi tra le pecore, vi rimetto a tutti da dove siete usciti!
Figli divenuti dottori, imprenditori, costruttori. Famiglie intere che esistevano solo perché lei aveva deciso che esistessero.
E adesso se ne stava lì, deperita, quasi ferma, ad aspettare la fine.
C'era stata la storia del tedesco. Un soldato che durante la guerra le aveva fatto una galanteria di nascosto. Lei l'aveva rifiutato senza batter ciglio. C'era stato il contadino che si era inginocchiato nell'orto e le aveva chiesto di sposarlo. Anche quello, niente.
Era già innamorata dell'unico uomo che avrebbe amato per tutta la vita, mio nonno. E questa storia che sto per raccontarvi, non l'aveva mai confidata a nessuno. Nemmeno a lui.
Mia nonna era una strega. Una strega vera, non quella roba da favola. Non le piacevano i tuoi orecchini? Non te lo diceva.
Ti faceva i complimenti, poi ti chiedeva: me li regali? E li faceva sparire in un cassetto per sempre. Non la convinceva un discorso? Simulava un mancamento. Tutti a soccorrerla, tutti a portarla a letto di peso. Tutte balle. Tecniche affinate in decenni di strategie silenziose contro il mondo.
Fregarla era una causa persa.
A settanta anni andava ancora a cavallo. A ottanta cucinava serena per venti persone. A novanta aveva una memoria che faceva vergogna ai giovani. Come cazzo fosse possibile, nessuno lo ha mai capito.
Non arrivò mai a spegnere le cento candeline. Morì pochi giorni prima. Ma non soffrì.
Non pianse. Non subì niente di doloroso. Se ne andò ridendo, ridendo della bravata più grande della sua vita. Un macigno che si era portata dentro per quasi un secolo e che aveva raccontato solo a me, in punto di morte.
Non si era mai definita bella. Bella era una parola per le donne che avevano tempo da perdere. Lei usava un'altra parola: forte. Forte, e sveglia.
Suo padre aveva messo al mondo solo femmine, per cui niente scuse. Bestie da accudire, campi da arare, ore e ore sotto il sole o a tremare nel freddo tra pagliai e forconi. Nessuna distinzione di sesso quando c'era il lavoro da fare.
Il pomeriggio, però, era libero.
E il paese era pieno di ragazzini che si scapicollavano per ogni viuzza. Correvano, urlavano, si inventavano di tutto. Bastoni, fionde, bambole di pezza cucite dalle zie, quelle più creative.
La piazza come parco giochi.
Le stradine impolverate come scivoli. Nascondino e acchiapparella.
Mia nonna spensierata correva scalmanata in mezzo a tutto questo.
Finché una voce garbata non si infilò nei giochi.
Venite, bambini. Venite a sentire la musica. Ho il giradischi.
Il prete del paese, affacciato al balcone. Aveva lanciato l'esca giusta. La musica. Cosa c'era di più attraente della musica per dei bambini che conoscevano solo il rumore delle pecore e del vento?
Casa del prete era sotto la chiesa, nel curvone che costeggia il paese. Salirono le scale. La porta si aprì. Eccolo lì, senza tonaca, in tenuta borghese. Arrivato da pochi mesi, proveniente dal sud, spedito fin lassù con una fretta che nessuno aveva mai spiegato bene.
Musica. Biscotti. Una bottiglia di vino rosso con i bicchieri già pieni fino all'orlo.
Era allegro. Frizzantino. Esortava tutti a ballare nel suo salottino vista vallata. Bevve il primo bicchiere tutto d'un fiato. Poi afferrò il secondo e cominciò il giochetto: come una cantilena, chi avrebbe avuto il coraggio di berlo si sarebbe meritato una ricompensa a sorpresa. Lo scandiva agitando la trippa gonfia e sudata, con una goccia ferma sulla punta del naso che non si capiva se sarebbe caduta o meno.
Tutti ballavano e ridevano. Nessuno toccò il vino.
Tranne mia nonna.
Era curiosa. Curiosa di capire cosa sentisse suo padre dopo ogni sorsata. Curiosa di scartare la ricompensa. Bevve. Scosse la testa. Tutti la guardavano e si complimentavano, poi tornarono a ballare. Ragazzini di montagna, mica si facevano impressionare da un bicchierino.
Il prete aprì la porta e li buttò fuori tutti. Fuori, fuori, la festa è finita. Devo dare la ricompensa a chi è stata più coraggiosa.
Rimase solo con mia nonna.
Il regalo è che ti insegnerò a ballare. Passi unici al mondo. Solo io li conosco!
Per mia nonna fu una rivelazione. Non vedeva l'ora di imparare qualcosa che non fosse far partorire agnelli o ferrare cavalli. Era pronta. Pronta a volare.
Il parroco non perse tempo. Mano dietro la vita. Ricca palpatina sul sedere.
Il viso di mia nonna cambiò.
Peggio di una secchiata d'acqua gelida. Non si era mai sentita in trappola. Il prete aprì la sua grande bocca umidiccia e passò dalle parole alla lingua, dritta sulla guancia della mia nonnina.
Non fece neanche in tempo a sentirne la consistenza.
Tutte quelle mattine a sgobbare sotto il sole, a tremare dal freddo, tra pagliai, forconi e sacchi di patate, le dissero che era il momento di sprigionare tutta la sua forza. Tutta. Tutta quanta.
Prima lo scaraventò contro il muro. Poi aprì la porta delle scale a chiocciola, lo afferrò per i pochi capelli rimasti, e lo lanciò giù con la stessa violenza con cui spaccava la legna.
Lo vide rotolare fino a schiantarsi sul muro del pianerottolo. Rimase lì fermo e mugolante.
Nonna si bevve un altro goccio di vino, le era piaciuto. Chiuse la musica. Chiuse la porta. Gli passò accanto come se niente fosse. Scese le scale e raggiunse gli amichetti che si rincorrevano verso la strada che porta al cimitero.
Pochi giorni dopo, mia nonna era sul somaro con suo padre. Legna, fieno, sacchi pesanti. Il solito giro.
Due signore parlavano dai balconi.
Cummà, avete sentito del parroco?
No, che è successo?
È morto ieri mattina. È morto il parroco!
Il padre si fece il segno della croce. Obbligò sua figlia a fare lo stesso.
Lei lo fece. Ma se la rideva sotto i baffi.
Guardò il cielo. Si fermò un momento su quell'immenso splendore, e disse, sottovoce, rivolta a qualcuno che solo lei vedeva: Mi devi un favore. Se avrò una bella vita, non racconterò mai a nessuno quello che è successo.
Aveva dodici anni.
Mantenne la promessa per quasi novant'anni.
E poi la raccontò a me, ridendo, a crepapelle, poche ore prima di morire.


