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Arrivavano col macchinone e se ne andavano senza orologio.


Non c'è mai stata una decisione. Non mi sono svegliato una mattina dicendomi: oggi delinquo. Accadeva e basta. Come accade la pioggia, come accade la fame, come accade che ti ritrovi in un letto che non è il tuo senza sapere bene come ci sei finito. Accadeva una volta, poi riaccadeva, e spesso nella stessa notte accadeva due, tre volte, e ogni volta bastava cambiare colore dei capelli, una parrucca diversa, un'altra faccia, un altro quartiere, e il gioco ricominciava da capo come se avesse il reset incorporato.

Erano la fine degli anni Novanta. Io ero grande. Fisicamente grande, dico. Il tipo di grande che fa girare le donne per strada e fa abbassare gli occhi agli uomini. Le magliette le strappavo prima di toglierle perché toglierle richiedeva uno sforzo che non avevo voglia di fare. Stivaletto alto, jeans, gel sulla cresta. Un giovane animale convinto di essere invincibile, e per un po' lo sono anche stato. Le donne mi cercavano e io mi lasciavo trovare. Non era svago. Era semplicemente il modo in cui funzionava la mia economia.

Il primo giorno che la vidi compresi che era tutto. Non so come spiegarlo meglio di così. Era alta, era bella, era il tipo di presenza che riempie una stanza. In quell'istante capii che avrei fatto qualsiasi cosa per restare al fianco di quella divinità. E sempre in quell'istante capii che ero fottuto. Le piacevano i ragazzi grandi e palestrati. E io lo ero.

Quando facevamo l'amore non c'era mai un momento di imbarazzo, o una frazione di secondo in cui nessuno dei due sapeva bene da dove cominciare. Era tutto perfetto. Speciale. Non era complicato, due persone che durante la notte appartenevano ad altri corpi, ad altre mani, ad altri desideri pagati, e la mattina si ritrovavano felici senza chiedersi mai se quello che stavano facendo aveva un nome preciso. Non ci chiedevamo niente. Ci prendevamo e basta.

Eravamo due prostitute. Lei andava con gli uomini, io con le donne. Lei li rimediava per strada, io tramite passaparola. Il circuito discreto delle signore annoiate che mi ero coltivato in palestra come si coltiva un orto, con pazienza e con le mani nella terra.

Lei era argentina. Io romano de Roma. Lei indossava parrucca, calze a rete e sospensorio. Io mi cospargevo di olio su ogni centimetro del corpo come un lottatore greco che si prepara all'arena. Le mie clienti erano solo ed esclusivamente donne mature, personalità di spicco, signore con un nome e una reputazione da proteggere, che compravano il mio tempo, anche ventiquattr'ore, lunghi weekend, aggiungendo cene nei posti giusti e lenzuola di seta nei migliori alberghi. I suoi clienti invece erano sveltine. Cinque minuti in macchina, e via. Lei a differenza mia svariava dai più bassi ai più insospettabili ceti sociali. L'unica cosa che li accomunava era la paura. La paura di essere scoperti. La paura di dover spiegare alla ragazza, alla moglie, al socio, al partito, all'amico perché si erano fermati proprio su quel marciapiede.

Perché lei, prima di attaccarsi due seni enormi e rimodellarsi il corpo, era un uomo. Un uomo nato col cromosoma sbagliato, che dopo anni di agonia silenziosa, di ormoni ingoiati di nascosto, di specchi evitati, era volata fino a Roma per smettere di essere quello che non era mai stata. Aveva lasciato il suo paese da povero e giovane omosessuale, dove aveva tanti amici, una famiglia e il rispetto, per ritrovarsi in una città nuova, con la speranza di diventare ricca, dove non aveva nessuno, e dove non la considerava nessuno. Questo, oltre alle dolorose operazioni, era stato il prezzo da pagare. Lo pagano tutti. Lei lo pagava in solitudine e in disprezzo, il disprezzo di una città che la ospitava senza vederla, e lei a tutto ciò non era affatto preparata.

La casa che condivideva con gli altri era un posto che non potrò mai dimenticare. Un appartamento dove vivevano altri come lei, i suoi compaesani, li chiamava, la maggior parte in attesa della transizione definitiva. Uomini che stavano diventando donne, ognuno a un punto diverso del percorso. È un processo lungo, il passaggio da maschietto a femminuccia. Lungo, costoso, faticoso come togliersi la pelle e aspettare che ne cresca un'altra. Ma certe scelte ti consumano dall'interno se non le porti a compimento. Lo sapevano tutti in quella casa. Per questo andavano avanti.

Quando ci entravo la mattina, dopo aver girato mezza città, mi fermavo sempre un secondo sulla soglia. C'era un altarino in salotto, candele accese, madonne plastificate cosparse di neon, fiori appassiti, fotografie, oggetti portati dal Sud America cuciti dentro una devozione che non ho mai visto in nessuna chiesa vera. Loro ci pregavano davanti in mutande o mezze svestite, con il trucco ancora addosso e le parrucche appoggiate sul divano. Io li guardavo e mi sentivo come un turista finito lì per caso. Un mondo parallelo. Un pianeta con le sue leggi, i suoi riti, la sua lingua, le sue preghiere. E io ero un ospite che aveva il privilegio di essere stato accettato, e non facevo mai domande.

I ragazzini più giovani non vedevano l'ora di scendere in strada. Lo vedevi dagli occhi. Quella fame mista a paura che hanno solo quelli che hanno già perso qualcosa di importante e vogliono riprendersi tutto il resto. Erano scappati felici, seppur con le tasche vuote, dai loro paesi. E ci sarebbero tornati un giorno ricchi e devastati. Questo era il piano.

Quando cominciai a capire come funzionava davvero la sua vita, capii che la mia era una passeggiata. Io spacciavo pasticche in discoteca e intrattenevo donne annoiate. Roba che avrebbe potuto fare chiunque possedeva una faccia tosta. Lei e le sue coinquiline avevano messo in piedi una macchina da guerra che saccheggiava la città con una precisione che nessuna organizzazione segreta avrebbe saputo progettare meglio. Comprai una moto senza targa e mi proposi come soldato. Era il minimo che potessi fare.

Lei era così bella che i clienti facevano la fila, macchine che rallentavano, finestrini che si abbassavano, uomini che fingevano di non sapere bene cosa volevano. Con i pesci piccoli, i mediocri, i pischelli, si limitava alla specialità della casa. Due labbra gonfie come sanpietrini e una lingua più bagnata di una nutria nel Tevere. Li mandava via in pochi minuti, sconvolti e soddisfatti, alleggeriti di una cifra irrisoria, spesso dieci, raramente ventimila lire, che oggi fa quasi tenerezza. Le transessuali costano tre volte tanto adesso, rispetto a una donna qualsiasi. Il mercato è cambiato. La domanda è rimasta. È cresciuta. Ma prima erano decisamente a buon mercato.

Ma il bello arrivava con i pesci grandi. L'imprenditore col macchinone. Il riccone con la fede al dito e il cognome sui giornali. Il miliardario sfacciato con la musica alta. Quando arrivava lui cambiava tutto: il posto, il tono, il meccanismo. Con loro non si trattava di farli godere. Si trattava di rapinarli. E io, ero lo strumento.

Il copione era sempre lo stesso. Lei lo portava in un posto buio, un vicolo, un parcheggio, un angolo di città che di notte non appartiene a nessuno. La perversione che si ripeteva più spesso era quella del pezzo grosso inginocchiato davanti a lei. I potenti preferiscono osare piuttosto che ricevere, questa è una verità che nessuno scrive sui giornali ma che chiunque abbia vissuto in strada conosce benissimo. I pesci grandi si inginocchiano, aprono la bocca, spalancano le chiappe. È sempre stato così.

A quel punto apparivo io. Cento chili di uomo, una torcia puntata in faccia e una pistola giocattolo che faceva tanto paura quanto il rischio di uno scandalo. Lo scandalo era la vera arma. Portafogli, oro, anelli, orologi, tutto veniva via in pochi secondi. Lei fingeva terrore e fuggiva nella direzione opposta, sparendo nell'oscurità come se non l'avessi mai vista in vita mia. La scena durava il tempo di un respiro trattenuto. Poi ripartivo sulla moto e mi dileguavo anche io.

Ci ritrovavamo dietro un viale alberato, avevamo i nostri posti, i nostri appuntamenti segreti nel mezzo della notte. Lei saliva dietro, io acceleravo. Altro quartiere, altra zona, altra parrucca di un altro colore. Io nascondevo quella usata nel bauletto e portavo il ricavato a casa prima che il prossimo pesce grosso le si accostasse di nuovo.

E quando varcavo quella porta, e mi ritrovavo in mezzo ai frocetti mezzi nudi che pregavano davanti all'altarino, con le candele che colavano e l'incenso che appesantiva l'aria, mi fermavo ogni volta un secondo in più del necessario.

Mi chiedevo se quello che stavo vivendo fosse reale.

Poi contavo i soldi. Indossavo i gioielli. E capivo.

Lo era. Cazzo se lo era. E non mi chiedevo più niente.