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Dire che ricordo ogni attimo come se fosse ieri è dire troppo. Ma ci sono momenti che ti entrano dentro come un coltello e non escono più. Che non te ne rendi conto delle cazzate che stai facendo fino a quando non ti schizza addosso il sangue della persona che ti corre a fianco, caldo e appiccicoso, e allora pensi, ma cosa cazzo sta succedendo?

Quelli erano gli ultimi anni. Gli ultimi di un mondo e di un calcio che non sarebbe mai più tornato. E noi eravamo lì, in mezzo, senza saperlo. Come sempre succede con le cose belle, le capisci solo quando sono già finite.

Ricordo l'emozione di arrivare col motorino, senza casco, capelli al vento, e appoggiarlo agli alberi a pochi passi dall'entrata dello stadio. Pochi metri e già sentivi l'odore dei fumogeni, del sudore, delle sigarette. Eri dentro ancora prima di essere dentro.

Noi, i temerari, gli spavaldi, gli anarchici inguaribili, mica lo compravamo er biglietto. Sì, il biglietto, quello di carta, quello che oggi non esiste più. Mica lo prendevamo ai botteghini, o dai napoletani che svolgevano la professione illecita di rivendita, i bagarini. No. Noi scavallavamo direttamente. Perché scavalcare era bello. Era fico. Era una piccola scarica di adrenalina che ti percorreva la schiena come una scossa. Era giusto così. Non per mancanza di soldi. Non per mancanza di niente. Si scavalcava perché era usanza. Costume dell'epoca. Era così che i pischelli più giusti facevano, e così andava fatto. Punto e basta.

Lasciato il motorino, ti mettevi in fila nella parte in cui le forze dell'ordine avevano smesso di guardare, perché anche loro lo sapevano, era una commedia e tutti recitavano la propria parte, e a quel punto saltavi la recinzione che era alta neanche tre metri. Oggi credo superi i cinque, e ha gli spuntoni per evitare che ti venga anche solo il dubbio di farlo. Si creava un focolare di confusione sotto la Tribuna Tevere laterale, e poi si scavalcava in quella Centrale approfittando del vuoto. Eravamo agili come gazzelle e sfacciati come pirati. Compivamo azioni che oggi, se ci rifletto, mi ficcherei sotto un mattone per la vergogna.

I meno agili entravano in dieci con lo stesso biglietto. Se lo ripassavano dalle grate tutte le volte, che in sostanza era anche peggio che scavalcare, perché guardavi in faccia l'addetto ai controlli che ti augurava anche una buona giornata. Al gol esplodeva tutto, lo stadio, la gente, i corpi, e noi teste calde ne approfittavamo per rubare pacchetti di sigarette dai taschini delle camicie di chi ci abbracciava, o sottrarre bottigliette d'acqua e patatine dai bibbitari che, distratti dalla festa, si concedevano quei due secondi di disattenzione. Errore fatale. In meno di una manciata di secondi venivano letteralmente svaligiati. Ma non se ne accorgevano mai. E noi ci nutrivamo a sbafo, a gratisse. I soldi servivano per chi non conosceva le leggi della giungla. Per noi erano un optional. Rubavamo persino la benzina ai benzinai, saltando sulle pompe o scroccando a quelli in macchina che non si facevano troppi problemi ad aiutare giovani in difficoltà, quelle cinquemila lire date con un sorriso affettuoso da chi non immaginava che non eravamo in difficoltà per niente. Eravamo solo furbi. Eravamo solo giovani. Eravamo solo stronzi, però nel modo in cui solo i giovani sanno esserlo davvero. Conoscevamo l'arte del raggiro, della mano morta, del furto rapido e indolore. Ci sfamavamo ovunque, e sempre senza pagare. Eravamo convinti di essere geniali. E forse lo eravamo davvero.

Quella mattina del 10 giugno 2001 partivamo tutti insieme dalla stazione Termini per andare a Napoli a sostenere la nostra amata Roma. Senza biglietto del treno, senza biglietto dello stadio, senza un soldo in tasca. Il controllore? Neanche l'ombra. Nessuno avrebbe mai avuto il coraggio di provare a chiedere se c'erano biglietti in un bordello del genere. Non eravamo animali da cortile. Eravamo bestie feroci. E le bestie è meglio lasciarle stare, che stuzzicarle.

Dopo ore di cori, canti e canne passate di bocca in bocca, toccammo il territorio nemico. Napoli. La città più bella del mondo, dicono. Nessuno di noi c'era mai stato prima. Solo leggende e racconti tramandati dai più grandi, come si tramandano le storie ad alta tensione, con gli occhi che brillano e la voce che si abbassa. Il mito di Maradona. La pizza buona vera. E tanta, tanta delinquenza. Sapevamo che non sarebbe stata una giornata tranquilla. La Roma, se avesse vinto, avrebbe portato a casa il suo terzo scudetto. Tutta la città lo sapeva. E tutta la città si stava preparando di conseguenza.

E noi, pur sapendo che stavamo andando a giocare una partita importante, non avremmo mai immaginato di stare scrivendo un pezzo di storia. Non avevamo la più pallida idea che stavamo partecipando alla fine di un'epoca. Alla fine di un mondo calcistico che non sarebbe mai più stato lo stesso.

 L'accoglienza nel tragitto breve dalla stazione di Fuorigrotta allo stadio San Paolo, accompagnati da un esercito di cellerini con scudi e manganelli in bella vista, non fu esattamente una passeggiata. Le famiglie napoletane affacciate ai balconi, alle finestre, nascoste in ogni anfratto come cecchini in agguato, cominciarono a lanciarci di tutto. Piatti. Bottiglie. Bicchieri. Cacciaviti. Martelli. Sedie. Quadri. Roba che non vedi neanche nei film di guerra. Se il buon giorno si vede dal mattino, si prospettava qualcosa di epico.

Alcuni di noi vennero colpiti, ma fortunatamente senza danni gravi, anche per merito della flotta di guardie che ci scortava come bestiame. Ma vederti piombare addosso un'aspirapolvere dal quarto piano, ed evitarlo per un soffio, credetemi, non è una cosa che si dimentica facilmente. Non è una cosa che si racconta senza che l'ascoltatore ti guardi come se stessi mentendo. E invece era tutto vero. Era tutto assurdamente, grottescamente vero.

Ci ficcarono dentro lo stadio in fretta. Stipati nel settore ospiti. Che più che un settore sembrava una gabbia. E lo era a tutti gli effetti. Lati chiusi, soffitto metallico, uscite blindate dalla polizia che ti contava i respiri. Le bestie vengono messe in gabbia, mi sembrava evidente. E noi quella gabbia la riempivamo di corpi sudati, di voci, di tensione che saliva come lava.

Le squadre si scaldavano in campo sotto un sole che non aveva pietà di nessuno, e i tifosi napoletani, ai lati, sopra, ovunque, avevano già cominciato la loro pantomima. Prima pochi esaltati. Poi, al fischio di inizio, partirono tutti. Davvero tutti. Invece di guardare la partita ci insultavano. Ci lanciavano bottiglie piene di piscio e oggetti contundenti di ogni genere. La bolgia era totale, confusione, corpi ammassati. Una scatola di carne da macello che tutti volevano schiacciare dall'esterno. Ma una cosa l'avevamo capita: la Roma stava vincendo.

A quanto pare se ne erano accorti anche loro. E per dimostrarci tutto il loro disappunto verso uno scudetto conquistato nel loro stadio, fecero una cosa che ancora oggi fatico a spiegare a chi non c'era. Cominciarono a lanciarci l'impossibile. I lavandini. Le tazze del cesso sradicate dai bagni dello stadio con le mani, con i piedi, con la furia cieca di chi non ragiona più. Vedevamo dal cielo volarci addosso sanitari come se fossero coriandoli. La sanità mentale aveva deciso di prendersi un giorno libero e lasciare che il mondo facesse da solo. Tazze del cesso che fendevano l'aria con una traiettoria impazzita e atterravano sul soffitto metallico della nostra gabbia con un boato sordo, ruvido, assurdo. Ogni impatto veniva accolto dalla curva partenopea con un urlo di speranza, aspettavano il momento in cui la rete cedesse, in cui il ferro si piegasse, in cui qualcosa di pesante e sporco arrivasse finalmente sulle nostre teste. Era pazzesco. Era surreale. Era la cosa più folle che avessi mai visto in sedici anni di vita passati a credere di averle già viste tutte.

Il soffitto metallico si incurvava sotto il peso. Al centro si era formata una sacca, una pancia di ferro e ruggine, di sacchi dell’immondizia che perdevano merda e oscillavano ad ogni nuovo impatto come se stessero per partorire qualcosa di mostruoso. E sotto, noi. Diecimila persone che guardavano in su con gli occhi spalancati, metà per paura e metà per non perdersi l'altro spettacolo. Perché anche quello era uno spettacolo. Il più brutto e il più schifoso che avessi mai visto.

Poi arrivò il pareggio del Napoli.

E tutto cambiò.

La festa si spense in un secondo. Come quando soffi su una candela, c'era la luce, poi non c'era più. La luce nei nostri cervelli si era spenta, così come il lume della ragione. Pareggio del Napoli, chiusura definitiva mentale nostra. La rabbia prese il posto dell'euforia con la velocità di un interruttore. Non è stato un processo graduale. Non fu una transizione. Fu un'esplosione furiosa che partì dal petto di tutte quelle persone nello stesso momento esatto, e si trasformò in qualcosa di primordiale, di osceno, di brutale. Avete capito bene. Si trasformò in guerra. In ogni suo aspetto, in ogni sua declinazione, in ogni sua conseguenza.

Al triplice fischio noi folli e incazzati tifosi della Roma non potemmo fare altro che dimostrare il nostro più grande dispiacere con la violenza e l'istinto di chi non ha più niente da perdere. Perché il pareggio significava rischio. Significava che nell'ultima giornata di campionato, quella della domenica successiva, lo scudetto poteva ancora sfuggirci. E questa cosa, questa possibilità, non riuscivamo ad accettarla. Non volevamo accettarla. Abbiamo preferito bruciare tutto piuttosto che aspettare altri sette giorni e vederci sfumare un altro anno. Abbiamo scelto il dolore immediato e fisico all'angoscia lenta dell'incertezza. L'ordigno l'avevano innescato loro, ma la bomba fummo noi a lanciarla.

Il bilancio finale è stato devastante. Ottanta feriti. Ventisei tra poliziotti e carabinieri ridotti a pezzi. Decine di arresti. Auto incendiate, comprese due vetture delle forze dell'ordine. Persino due ambulanze assaltate e sfasciate, perché secondo la logica distorta di chi era uscito di testa, quelle ambulanze non dovevano soccorrere i feriti della fazione sbagliata. Persino i soccorsi erano nemici. Persino chi cercava di salvare qualcuno doveva essere fermato. La stazione di Campi Flegrei venne letteralmente sbranata, obliteratrici distrutte, vetri in frantumi, i pietroni dei binari strappati con le mani e usati come proiettili. Tre pullman rubati.

La violenza non si fermò a Napoli. Durante il viaggio di ritorno, alla stazione di Formia, un ispettore di polizia venne accoltellato sul marciapiede del binario mentre cercava di tenere a bada quello che ormai non era più una folla, era uno tsunami.

Quando stavamo per arrivare a Roma in piena notte, la Digos fece fermare il treno in una stazione fantasma, ci bloccò e ci identificò uno ad uno. Nei vagoni trovarono chili di sassi, catene, bastoni e coltelli. Come se fossimo partiti la mattina con i bagagli già pronti per l’assalto.

E in un certo senso era così.

Io appartenevo a quella categoria. Minorenne, ribelle, convinto di essere invincibile nel modo stupido e assoluto in cui solo i cretini sanno di esserlo. Ero uscito la mattina da casa dicendo: vado a fare un giro, ci vediamo dopo. E mia madre aveva annuito senza sapere dove stavo andando davvero. Senza sapere che stavo salendo su un treno verso una città che non conoscevo, senza soldi, senza biglietto, senza nessun piano se non quello di essere lì, in mezzo, a fare quello che facevano tutti gli altri. Perché a sedici anni non si sceglie, si segue. Si segue il gruppo, si segue l'odore del pericolo, si segue quella voce dentro che ti dice che sei vivo solo quando stai rischiando qualcosa.

Il sangue delle persone che mi portai a casa non andò più via dai jeans. E le cicatrici, i segni indelebili dietro la mia schiena, ancora le porto addosso. Non me lo aspettavo. Non so perché, ma non me lo aspettavo. Pensi al sangue come a qualcosa di cinematografico, di lontano, di irreale. Poi te lo ritrovi sulle mani, sulla maglietta, e capisci che non c'è niente di cinematografico. C'è solo la stupidità collettiva che è convinta di andare a vedere una partita di calcio, e invece sta portando avanti odio e veleno come se si trattasse di normalità. E la cosa peggiore era che, in quel momento, non sembrava strano a nessuno.

Quella giornata segnò una ferita profonda. Non solo nei rapporti tra le due tifoserie, che molti anni prima erano persino gemellate, cosa che oggi sembra fantascienza, ma nelle regole del gioco, nelle leggi, nei tornelli, negli spuntoni sulle recinzioni, nei daspi, nei divieti di trasferta. Tutto quello che oggi rende lo stadio un posto sicuro, è nato anche da quel giorno. È nato da noi. Da quella mattina partita da Termini con la certezza incosciente che sarebbe andato tutto bene.

Non andò affatto tutto bene.

Abbiamo visto cose che non si dimenticano. E quella guerriglia urbana, per noi, sembrava l'unica cosa che contasse davvero.

Oggi, dopo venticinque anni, capisco che avevo torto. Ma capire di aver avuto torto non cancella il fatto che è successo. Non cancella il sangue. Non cancella l'odore del fuoco che rendeva l'aria irrespirabile. Non cancella niente.

Siamo stati dei coglioni. E basta.

Ma forse è servito a qualcosa.



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